Louis Roederer | Se anche in Champagne il futuro del lusso è l’ecologia, le ho viste davvero tutte

Louis Roederer Se anche in Champagne il futuro del

Vado in Champagne almeno 2 volte l’anno da 10 anni a questa parte e non avevo mai visitato una grande maison. Lo scorso ottobre, un produttore biodinamico tra i più indipendenti e validi mi fa: “Louis Roederer sta lavorando molto bene in vigna”. Apriti cielo, scatta la curiosità con visita a seguire. Giusto due settimane fa, col mio editore Luca Burei andiamo proprio nella cantina da cui, ogni anno, escono 600.000 bottiglie trasparenti – oggi in vetro e non più in cristallo – di quel Cristal che fece impazzire gli Zar di Russia: è rimasta la base piatta, senza l’incavo, eliminato per evitare avvelenamenti.

Nell’enomondo degli appassionati, ora molto sensibile a diversità dei territori e agricoltura artigianale, niente è più fuori moda del grande NM (négociant-manipulant, la grande casa che compra parte delle uve per garantire uno stile aziendale inossidabile, ndr). I grandi marchi sono industrie interessate a produrre “lo” champagne piuttosto che “gli” champagne dei diversi territori. Le maison producono milioni di bottiglie e, per garantirsi uva di qualità e in grande quantità, spingono gli agricoltori ad attenersi a comportamenti e protocolli ben distanti da quelli del cosiddetto vino naturale; hanno bisogno che un prodotto costante e riconoscibile diventi l’ossatura del marchio. Tecnologia e scienza garantiscono un liquido e saranno poi le strategia di marketing ad affermare un brand che spinge la vendita. In altre parole, le grandi case di Champagne sono macchine da soldi interessate a tenere alto il prezzo dei prodotti, promuovendo un’immagine di lusso che appartiene a Parigi e a una certa idea di Francia. Niente a che vedere con la pur “borghese” Reims né tantomeno con la più “proletaria” Epernay. Il life style suggerito dallo Champagne appartiene ormai alla Francia intera e non più solo alle regione d’origine.

Sarà per la bottiglia cristallina o per l’etichetta dorata, sarà per la storia di corte del prodotto o per il presente da discoteca per vip, ma Cristal della maison Luis Roederer è oggi nell’immaginario collettivo l’icona di questo mondo patinato. Se si parla di lusso si parla di Cristal più che di Dom Perignon, Krug o altri. La visita alla cantina è stata molto interessante ma noi eravamo lì per la guida, per parlare di agricoltura biologica con Johann Merle, l’attuale Regisseur des vignoble della maison. Nessuna intervista formale ma solo una lunga e cordiale conversazione. La maison ha iniziato a sperimentare parallelamente agricoltura biologica e biodinamica nel 2000; nel 2004 è finita la prova su piccole parcelle ed è iniziata una vera e propria riorganizzazione interna; a oggi, complessivamente, la conversione interessa circa 26 dei circa 260 ha del vigneto di proprietà ed è, per estensione, la seconda realtà biologica della Champagne dopo Larmandier Bernier. “La seconda ancora per poco” ci ha tenuto a precisare Johann, “perché anno dopo anno qui si fa un passo”. In realtà non esiste un progetto di conversione immediata di tutta l’azienda; le scelte passano tutte per il risultato finale, il vino. L’agricoltura biologica, ancora di più biodinamica, dà potenza e intensità ai vini ma anche rusticità e, a volte, un’eccessiva durezza; la preoccupazione è che un passaggio avventato vada a discapito dell’eleganza e della finezza, caratteristiche fondamentali per i vini della maison. Di fatto oggi il 60% delle uve del millesimato 2004 Blanc de blanc, e il 50% delle uve del Cristal 2004 vengono da quegli esperimenti.

Capita che alcune annate di Cristal non vengano capite proprio per lo stile fine ed elegante. Penso al 2002, spesso criticato, secondo me splendido e dal grande potenziale evolutivo; anche alla Maison è considerata una delle migliori annate. Il 2004 che ci ha accompagnato durante la conversazione è certamente inferiore, comunque intenso, fresco e agrumato con toni di fiori bianchi e leggere tostature. Uno champagne di grande finezza, con bollicine dalla tessitura perfettamente cremosa che si giova di una mineralità lunga e accattivante. Meno teso del 2002, forse più solare ed immediato, probabilmente meno longevo. E la longevità è importante per Cristal.

Oggi, nel mondo degli Champagne millesimati c’è grande confusione. Molti prodotti maturano bene sui lieviti, senza ossigeno, accatastati nel buio con sopra venti metri di gesso. Se compri un vecchio millesimo da un piccolo produttore te lo degorgia al momento e te lo manda. Il fatto e’ che quando uno champagne rimane in bottiglia sui lieviti, chiuso con il tappo a corona, nella cantina di origine, evolve molto lentamente, quindi non è un vero champagne invecchiato ma é quello che Bollinger chiama R.D.. Se prendi molti di questi champagne millesimati e li fai invecchiare in cantina come un vino normale con il tappo in sughero, hanno una tenuta molto più limitata e solo nelle annate top. E Cristal è uno di quelli che in molte annate non ha paura del tempo.

[Fabrizio Pagliardi, millesimo 1971, sommelier ed ecletticamente enotecario, di vichingo aspetto è profondo conoscitore degli Champagne di vigneron nonché co-autore della guida “Le migliori 99 Maison di Champagne” (Edizioni Estemporanee) da cui questa sua presentazione è liberamente tratta]




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