Il Roero e un disciplinare affogato nel legno

DISCLAIMER: chi scrive non ha alcun ritegno nel dichiarare la propria viscerale parzialità riguardo al Roero. Sin dal tempo dell’obiezione di coscienza, spesa in comune a Canale dal 14 aprile 1998 al 12 febbraio 1999, l’irriducibile passione per la riva sinistra del Tanaro divora l’autore, che non può pertanto in alcun modo essere considerato oggettivo.

Nel volgere di una settimana ho visto dove era, dove è e dove potrebbe essere il Roero DOCG.

Tutto è accaduto tra la presentazione del nuovo vino rosso Apapà 2015, da parte dell’azienda agricola Matteo Correggia, e il pranzo domenicale di ieri, quando le trifole più profumate del mondo (che ovviamente nascono a sinistra del Tanaro) sono state accompagnate da una bottiglia di Printi 2015 di Monchiero & Carbone, fresca di Trebicchieri.

Dopo anni passati a rompere le scatole al prossimo, so già che state pensando: ma come, hai detto Roero DOCG, che cosa c’entra il vino rosso Apapà?

Ebbene, quest’ultimo è, senza alcun dubbio, un piccolo (meno di 500 bottiglie per ora) capolavoro operato dal magnifico trio (Ornella, Brigitta e Giovanni Correggia) che tiene alto il nome della realtà voluta, con caparbia volontà di qualità assoluta, dal mai abbastanza compianto Matteo. Uve nebbiolo, provenienti dall’iconica vigna in località Val dei Preti (vale a dire sabbia e verticalità in quel della Valle dei Lunghi, tra Santo Stefano Roero e Canale), due anni di affinamento in clayver e due anni di bottiglia. Un tripudio di raffinatezza, un naso floreale e speziato come pochi, una bocca tesa, sostenuta da una acidità integra e da quel tannino finissimo, come la punta di un cucchiaino di polvere di cacao soffiata in bocca, che solo le sabbie regalano.

Tutto bene? Sì. Almeno fino a quando non leggi sula bottiglia vino rosso 2015. Come mai? Semplice: il disciplinare del Roero, sulla scorta di quanto deciso dai cugini della destra Tanaro, impone almeno 6 mesi in legno sui 20 necessari ad uscire come Roero DOCG o 32, se l’obbiettivo è uscire come Roero DOCG Riserva. Il clayver, invenzione italiana prodotta con il gres a Vado Ligure, con il legno non ha nulla a che vedere.

Al contrario, un perfetto esempio dello stile scolpito nel disciplinare è il Roero Printi 2015 di quel vulcano di idee e azioni che è il presidente del Consorzio di Tutela del Roero: Francesco Monchiero.

Teso e asciutto, unisce le note leggermente tostate ad un naso floreale che ne risulta un po’ irregimentato (sebbene, lo abbiamo bevuto assai giovane questo Roero DOCG Riserva, acclamato Trebicchieri dal Gambero Rosso, per la decima volta nella sua storia).

Così, à rébours, ho potuto sentire il Roero che (forse) sarà e quello che è già oggi, realizzato e pure celebrato. Non ho potuto però che ricavarne una ennesima conferma circa il modo in cui i disciplinari siano scritti, soprattutto in rapporto a come dovrebbero esserlo.

Prescrivere il materiale dei contenitori in cui si affina il vino è davvero necessario o non è piuttosto un retaggio di tempi in cui senza le forche caudine di un passaggio in legno la gentilezza di aroma e di beva non potevano essere raggiunti? Che senso ha limitare le interpretazioni aziendali, che pure conducono a un normalissimo e vivaddio sacrosanto esercizio del rischio di impresa, consentendo al massimo che la libertà sia praticata tra legno grande e legni piccoli? Se da dieci anni il massimo per un produttore è che il cliente dica di sentire il legno quando il vino non c’è stato mai e viceversa, non sarebbe ora di scrivere nei disciplinari che l’affinamento è, in termini di durata, obbligatorio ma come e dove il vino debba passare il proprio tempo di riposo dovrebbe essere un affare esclusivamente di chi il vino fa e vende?

Intanto che mi interrogo, brindo felice al futuro radioso del Roero.




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