Chi spiega a Daverio che all’Expo ci sarà il Padiglione del Vino Industriale, dell’Enologo e dei Guru?

“Il vino deve seguire il percorso che ha seguito anche l’arte. Deve abbandonare il “guru” e uscire dal sacerdotale ed entrare nella concretezza della quotidianità”. Bella frase, Daverio,  ti sottoscrivo in pieno. Pensa che noi, il popolo del ueb, di questo concetto ne abbiamo fatto una ragione di vita e, a dirla tutta, ancora non ne veniamo a capo. I guru son sempre lì, granitici, e le folle adoranti pendono dalle loro labbra.

Dai un’occhiata alla mia timeline di Facebook e deprimiti con me: quando scatta la stagione dei premi delle guide è tutto uno sfarfallìo di “il nostro vino è stato premiato con i tre tappi d’oro”. Trenta secondi dopo scatta l’invio della mail “con preghiera di pubblicazione” per annunciare il conseguimento degli agognati sugheri. Credimi, questa è gente che con venti euro a comunicato si mette la coscienza a posto e l’anima in pace. Che se poi le vendite precipitano sarà sempre colpa della crisi, mica della mia capacità di promuovermi, eh!

Dai retta, Phillippe, non ti immischiare, stanne lontano. Il mondo del vino è vecchio, polveroso e puzza di stantio peggio di un deposito dei musei che tu ami tanto. Pensa che al Vinitaly — si, proprio i tuoi datori di lavoro — si paga ancora per una connessione internet che per la maggior parte del tempo è down. Vogliamo parlare delle sceneggiate che ogni anno si ripetono per l’accredito ai blogger? Meglio se stendiamo un pietoso velo, tanto si entra lo stesso.

Perché, ti chiederai, continuate a bloggare? Che vuoi che ti dica, Phillippe, lo facciamo un po’ per incoscienza e un po’ per rompere le scatole a tutto il mainstream che c’è, nella speranza che qualcuno si accorga di un mondo che comunica servendosi di questa puttana di rete e  l’informazione ha smesso di essere verticale dai tempi del 2.0.

Dici che è un piano troppo ambizioso? Beh, ci piacciono le sfide e quando ti abbiamo sentito magnificare della quotidianità del vino durante la presentazione del Padiglione per l’Expò 2015, giuro, ci è venuto un groppo alla gola.

Per un attimo, ma solo per un attimo, ti abbiamo anche creduto ed abbiamo pensato “Ecco, il sogno si sta avverando, il mondo del vino è cambiato!”

Poi sono saliti sul palco i Cotarella, le Bracco e i Mantovani e ci sono cadute le braccia.
Intendiamoci, tutta gente rispettabilissima ma quelli che il vino lo fanno veramente, dov’erano? Dove sono i giovani vignaioli, quelli che insieme alla vigna coltivano il sogno di un mondo più pulito, quelli che l’autoctono è una religione e il terroir una fede? Dove sono i vinnaturisti, i bioqualcosa, quelli che con due ettari ne parla il New York Times, quelli che zappano e smadonnano per la pioggia che si mangia le foglie?

Io non li ho visti su quel palco, Philippe, e dubito che avranno accesso ad un Padiglione del vino che nasce sotto i peggiori auspici. Sarà, come sempre, un Padiglione del Vino Industriale, dell’Enologo e dei Guru che ti circondavano e che tu, anima candida, pretenderesti di distruggere.

Non sarà l’Expo dei contadini, né quello degli ideali, buoni solo per le chiacchiere del web.

Mi spiace, Phillippe Daverio, ma hai perso una grande occasione per tacere.




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